Avevo 5 anni e vedevo il mondo con gli occhi di un bambino difficile. Mi capitava di viaggiare in auto con i miei genitori, e il tragitto spesso si rivelava terribilmente noioso. Io ero terribilmente noioso. Era la mia parte difficile che si sentiva soddisfatta solo quando diventava noiosa e coinvolgeva in questo tormento l'intero me stesso. Fortunatamente a volte la noia spariva semplicemente guardando il mondo che scorreva fuori dal vetro come un film sopra uno schermo: montagne, mulini, cavalli al pascolo, tralicci dell'alta tensione, covoni e balle di fieno appena raccolto. Cercavo di concentrare l'attenzione su qualcosa, ma come l'attenzione perdeva il fuoco dovevo subito trovare un altro centro di attenzione, altrimenti la noia mi avrebbe nuovamente assalito.
Quando pioveva era tutto più difficile. Quello stesso paesaggio diventava cupo, sfocato dai vetri bagnati e dalla pioggia cadente. Era impossibile concentrare l'attenzione sul mondo fuori, quel mondo era fuori fuoco. Ed allora l'attenzione si fermava al vetro. Quelle gocce sul vetro attiravano la mia attenzione. Cominciavo ad osservarle e le vedevo muovere, prendere strane direzioni. Sembravano impaurite, sembravano fuggire. Tutte verso una direzione, ma seguendo sentieri diversi. E questo mi divertiva. Avevo inventato un gioco: fare una gara tra le gocce d'acqua e osservare qual'era la goccia che si muoveva per prima e vinceva. Per me quelle gocce erano vive, avevano un anima. Le gocce che cadevano dal cielo stavano andando a raggiungere un punto ben preciso del suolo, ma l'auto dei miei genitori su cui esse cadevano le portava via con se, allontanandole dal loro obiettivo.
E così io che dovevo sopportare questa noia del viaggio, potevo alleviare la mia pena pensando alla sofferenza di queste gocce che avevano avuto la sfortuna di essere investite dalla nostra auto. Erano gocce che si erano fatte coraggio per affrontare la caduta, avevano un obiettivo da raggiungere,ma poi venivano investite e portate via.
L'impatto sul vetro era duro, molte restavano quasi stordite. Poi a poco a poco cominciavano a riprendersi e a muoversi. Cercavano di tornare indietro, chiedendo aiuto al vento. Lasciando scie diagonali si facevano forza le une con le altre; si univano, ma a volte si separavano, quando qualcuna non ce la faceva e veniva lasciata indietro. Alla fine quasi tutte quelle che si erano riprese, in un tentativo disperato di raggiungere la loro meta, scivolavano via dal vetro raggiungendo l'acqua sulla strada.
Purtroppo una volta che lasciavano quel vetro, sparivano dalla mia vista, per sempre.
Non ho mai saputo che fine abbiano fatto quelle gocce che mi hanno salvato dalla noia in tutti quei viaggi da bambino. A qualcuna ero più affezionato di altre: ne ricordo una che sembrava una stella, qualcun'altra un sorriso, un'altra ancora un cuore. Oggi quando mi trovo fuori e comincia a piovere, non apro subito l'ombrello, mi piace per un po' sentire la pioggia sul mio viso. Alcune gocce cadendo sembrano molto più grandi delle altre. Mi piace pensare che le gocce grandi siano quelle che ce l'hanno fatta. Scivolando via da quel vetro 35 anni fa, sono riuscite a salvarsi e a realizzarsi anche in un progetto più grande di quello che era il loro obiettivo.
Sento la loro gioia trasmettersi al mio cuore; è incontenibile mi fa sentire bene. E' come se scegliessero di cadermi addosso per venire ad incoraggiarmi. Poi apro l'ombrello e porto via con me altre piccole gocce togliendole al loro destino, ma cadono sul morbido e scivolano di li a poco, vicine alla meta e alla loro realizzazione. Anche loro ce la faranno, ma adesso tocca a me.

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